Le rose di Gerico è il primo libro di Barbara Mileto. Ne sono rimasto ammaliato, perché la sua penna sa trasferire persino le sofferenze umane in un mondo incantato, fiabesco. Il suo libro non vuole commuovere il lettore con facili scene strazianti ma vuole provocare, piuttosto, una pacata riflessione sulla responsabilità individuale in un mondo non sempre a dimensione umana. La sua, quindi, è narrativa di proposta, secondo la definizione di Umberto Eco: una letteratura, appunto, che unisce al fascino del bel narrare lo stimolo all’approfondimento razionale e intelligente su temi di urgente attualità, per un’etica della responsabilità.

L’intervista a Barbara Mileto

Le rose di Gerico raccoglie 7 racconti e una filastrocca finale che li riassume nel nome della “mamma”. Questa soluzione mi ha riportato alla memoria Girotondo intorno al mondo, la canzone di Sergio Endrigo del 1966. Da cosa è nato questo impianto originale e intrigante?

Grazie per questo riferimento; amo il senso semplice dell’amore che c’è nella musica degli anni ’60. Il libro non ha origine da un progetto: i primi due racconti, L’audizione e Ali di vetro sono nati singoli e autonomi. Successivamente ho capito che entrambi, in fondo, appartenevano ad un’unica storia: quella della capacità, tipica dei bambini, di superare le avversità attraverso i sogni. Da lì è nata l’idea di un libro e ho scritto gli altri brani. La filastrocca è stata la chiusa finale naturale, semplice proprio come il Girotondo intorno al mondo.

I bambini e le bambine protagonisti di queste narrazioni vivono in Congo, Costa D’Avorio, Somalia, Tanzania, Siria, India. Cosa l’ha spinta ad ambientare i suoi racconti in alcune delle aree più martoriate del mondo?

La copertina del libro di Barbara Mileto “Le rose di Gerico”

La mia musa ispiratrice de L’audizione è una bimba italiana, figlia di cari amici e ballerina classica: il suo sguardo sognante mentre osservava le allieve più grandi danzare mi ha stregato per giorni. Ho immaginato di vedere la stessa luce negli occhi di ogni bambino del mondo. Così ho trasformato la mia ballerina classica in una piccola danzatrice del deserto che affronta da sola il dramma dei profughi. Questa molla mi ha spinto a mettere le “ali di vetro” ad un ragazzo siriano che scappa dalla guerra e così via. Volevo offrire, soprattutto ai ragazzi di oggi, un approccio diverso a queste tematiche, stuzzicando l’attenzione e risvegliando l’empatia attraverso immagini delicate, oniriche, proprie di un linguaggio comune a tutti coloro che sono o che ritornano bambini.

Dal punto di vista della tecnica narrativa, lei realizza efficacemente l’artificio della ”impersonalità dell’autore” inventato dal grande Giovanni Verga. Quindi le sue storie si raccontano da sé.

Il mio editore (Splēn edizioni), mi ha suggerito di differenziare i protagonisti ed il loro modo di esprimersi. Mi sono talmente impegnata a caratterizzare ogni voce all’interno della storia che io sono scomparsa quasi senza accorgermene. E inconsciamente sono maturata ancora.

Per il ricorso al mito, al sogno, alla magia, i suoi racconti rientrano nel filone letterario di quel “realismo magico” che annovera grandi maestri contemporanei: Garcia Marquez, Calvino, Luis Sepúlveda, ecc.. Quale di questi scrittori le ha “indicato la via”?

Credo che il mio stile nasca da una commistione di modelli: Marquez, Calvino, Pirandello, Buzzati, Baricco…, ognuno a suo modo ha contribuito. Mentre la mia visione della vita si ispira alla filosofia di Eduardo De Filippo: quella sua finale “risata amara”, le parole oscillanti tra reale e surreale. Questi autori mi hanno “indicato la via” per costruire uno stile personale e una filosofia di vita.

Forse non è corretto chiedere ad una scrittrice quale dei suoi racconti ama di più. Perciò mi limito a domandarle quale ha trovato più impegnativo durante la scrittura.

Sicuramente Caleidoscopio. Mi ha molto provato scrivere di Vimala, sposata a 9 anni, vittima di quella violenza che in India è una tradizione diffusa. Da donna e da bambina (sì, quando scrivo ritorno bambina!) ho provato indignazione, rabbia per quella violenza collettiva e, allo stesso tempo, individuale. Più volte mi sono interrotta e poi costretta a proseguire, perché questo libro è diretto principalmente ai ragazzi. Non raccontare quella realtà sarebbe stato ingiusto nei loro confronti e nei confronti di tutte le Vimala.