Anche se la nostra società si sta evolvendo dal punto di vista dell’emancipazione di genere e delle pari opportunità, nell’ambito del lavoro e dell’imprenditoria si vede una predominante presenza maschile, soprattutto se si parla di ruoli dirigenziali di alto livello, sia in ambito pubblico che privato.

Uno studio dell’Aspen Istitute del 2014, supportato da numeri e rilevazioni statistiche preoccupanti, rivela che al vertice delle maggiori imprese italiane e nelle cariche chiave della Pubblica Amministrazione, le donne hanno un ruolo marginale, dal momento che 3 manager su 4 sono uomini.

Inoltre, anche quando le donne riescono ad affermarsi in una grande azienda, magari nel Consiglio di Amministrazione o ai più alti livelli dirigenziali, è difficile che riescano a raggiungere il vertice dei top manager, e anche quando sono i manager uomini a incoraggiare e incentivare l’aumento delle quote rosa nella dirigenza della loro impresa, in molti casi fanno fatica a mantenere quel ruolo a lungo, non solo per le loro necessità personali ma anche per l’evoluzione delle dinamiche aziendali e dell’economia di mercato.

Una riprova tangibile si può vedere nel CdA del gruppo milanese Pirelli: nel 2011, con la presidenza di Marco Tronchetti Provera, attualmente suo CEO nonché Vice Presidente di Mediobanca, arricchito dalla presenza di 3 donne e con la manifesta intenzione del suo manager di incrementare questa proporzione, attualmente, con il passaggio alla dirigenza italo-cinese e l’ingresso della società cinese ChemChina, risulta composto esclusivamente da uomini.

Come se non bastasse, una volta fatto il salto e ottenuta la carica dirigenziale agognata, le donne devono scontare il cosiddetto gender pay gap, ricevendo dei salari inferiori rispetto a quelli dei colleghi maschi, fattore che fa rinunciare molte donne all’idea di intreprendere tale strada, piena di ostacoli e frustrazioni.

La situazione italiana nel quadro europeo

La ricerca curata da Donatella Boccali mostra che, a livello europeo, solo un terzo dei manager d’azienda è donna (33%), con maggiori percentuali di quote rosa alla dirigenza negli stati dell’est europeo e con particolare menzione della Lettonia, dove la presenza delle donne al potere giunge quasi a pareggiare con quella degli uomini (46%).

Seguono a pari merito, con una media del 39%, la Francia, la Slovenia, la Lituania e l’Ungheria, mentre l’Italia si colloca solo al quint’ultimo posto, con una media del 26% di donne manager di alto livello, mentre ancora più bassa risulta la media delle donne scelte per ricoprire le cariche operative di secondo livello nelle Amministrazioni Locali, che arriva solo al 15%, contro il 30,5% degli altri Stati europei.

Esaminando i dati dal punto di vista nazionale, seppur le donne top manager restano in quantità irrisorie, si rivela che il Sud d’Italia e il Centro vantano una maggiore presenza femminile nel mondo imprenditoriale, rispetto al Nord industrializzato e dominato dagli uomini, con Calabria e Lazio ai primi posti per donne manager e imprenditrici di successo, seppur più spesso alla guida di piccole e medie imprese piuttosto che di grandi aziende, sempre monopolio del genere maschile.

I settori al femminile

Esaminando un vasto campione statistico è stato possibile anche individuare dei settori preferenziali dove le donne riescono ad affermarsi e a fare carriera, e degli altri che tendenzialmente non gli interessano o gli restano preclusi.

Per esempio nel settore dei servizi finanziari la presenza di donne top executive resta molto bassa, come anche in quello legato all’ingegneria, alla metallurgia, all’edilizia e alle costruzioni. Al contrario, si riscontra una maggiore presenza di donne capo d’impresa nei settori legati al mondo dell’immobiliare, del tessile, della moda e dei servizi alla persona, seppur talvolta si verifica la situazione paradossale per cui la maggioranza delle lavoratrici sono donne ma i dirigenti sono tutti uomini, come accade per esempio nel campo delle risorse umane e in ambito medico.

Cosa serve alle donne manager italiane?

Per sovvertire questa tendenza e favorire l’imprenditorialità femminile di alto livello, una risposta concreta può essere fornita dal Governo, perfezionando le politiche conciliative, ad oggi regolate dalla legge 8 marzo 2000, n. 53, che ha messo in moto un virtuoso processo di miglioramento delle condizioni dei lavoratori, donne comprese.

L’obiettivo che si deve raggiungere è quello di fornire ai cittadini gli strumenti necessari per rendere compatibili la sfera lavorativa e la sfera personale e familiare di ciascun individuo, consentendogli di svolgere serenamente i vari ruoli che potenzialmente può ricoprire all’interno della scoietà civile.

Oltre a questo, il nostro stesso sistema del lavoro deve evolversi verso forme più moderne e conciliative, adottando modelli di lavoro smart, che prevedano prestazioni lavorative flessibili, dal punto di vista orario e spaziale, e forme di welfare aziendale, per facilitare i dipendenti genitori, o impegnati nell’assistenza parentale, nello svolgimento del proprio lavoro. Lo smart working può essere la nuova frontiera dell’organizzazione aziendale, che favorirà anche l’ascesa delle donne manager, conciliando le esigenze del lavoratore con quelle dell’azienda e creando un ambiente di lavoro più sereno e ricco di professionalità, e quindi anche più innovativo e competitivo sul mercato.