“Signorina Giulia”, noir barocco


Il piano inclinato della scena – l’interno naturalistico di una cucina – scivola verso un punto di fuga impossibile da localizzare, così come le botole-loculi che sembrano aprire da un lato altri spazi (e invece li serrano), dall’altro delineare la prospettiva alto-basso, padrone-servo su cui è imperniata “La signorina Giulia” di Strindberg, sui legni dell’Ambasciatori per il cartellone dello Stabile etneo.

C’è un suono straniante, monotono e onirico, un battito sintetico da discoteca in cui il perturbante si insinua in mezzo al pubblico: è un disturbo di sottofondo, ora tenue ora assordante, che lacera l’ascolto e che trasforma il capolavoro di Strindberg in un noir barocco e grottesco.

 

 

Basterebbero davvero l’organizzazione di quello spazio drammaturgico (a cura di Margherita Palli), il taglio obliquo e duro delle luci affidate a Francesco Del’Elba), la severità cruda di ogni oggetto – soprattutto gli stivali del conte, totem immanente del daimon del Padrone – a connotare la rilettura del capolavoro di Strindberg nella regia di Valter Malosti (che sul palcoscenico veste con disinvoltura i panni del co-protagonista Giovanni) come un atto unico di sinistra, oscura potenza drammatica.

In questo mondo infero (e inferiore) l’irrompere di Giulia, nella notte pagana dell’ebbrezza e dell’abbandono sensuale della Festa di Mezza estate in Svezia, segna un punto di non ritorno, la lacerazione di un limite – tra servo e padrone, tra desiderio e repressione – fino a quel momento inviolabile: Giulia, una “tutta matta”, un fidanzamento alle spalle, cercando la trasgressione e seducendo Jean davanti a Cristina (non solo cuoca bigotta, ma soprattutto donna-amante) innesca una spirale che li sprofonda nella perdizione e nella morte.

Ma la di là della seppur ovvia conflittualità dialettica tra sessi e classi sociali, lo scarto registico di Malosti indica un’altra strada da percorrere: l’abiezione, la mancanza di scrupoli, la frammentarietà dei desideri e delle azioni individuali, dispiegando l’animale (contemporaneo) che è in quei tre personaggi sul palco (e in noi): Giovanni, nella sua mise in attillata pelle (quasi sadomaso), nella sua tracimante loquacità, dispiega dalle ceneri della passione sessuale tutta la sua oscura rivalsa contro i padroni, la sete di ricchezza, una cinica visione del mondo. Cristina, la fidanzata (cui una assai convincente Federica Fracassi dona spessore fisico e psicologico), denuncia una sottomissione ipocrita e fisica seppure mascherata da una fermezza morale che non riesce a farsi azione. Giulia infine (e Valeria Solarino ne legge ed incarna ogni sfumatura seppur con qualche durezza) paga il capriccio della sua morbosa passione con una discesa agli inferi senza ritorno. Ondeggiando tra stati d’animo diversi, anzi contraddittori, i tre si vampirizzano (Strindberg si interessò anche di occultismo), sgretolando ogni consolazione. E alla fine non c’è salvezza. Per nessuno.

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