Caterina Chinnici: “A trent’anni dalla strage scrivo un libro su mio padre”


“Ho sempre testimoniato un impegno forte e decisivo in ambito istituzionale e non politico e come dimostra il risultato elettorale i siciliani hanno compreso il significato della mia candidatura”. Conosciamo ed approfondiamo con l’onorevole Caterina Chinnici autrice del libro, “È così lieve il tuo bacio sulla fronte”, dedicato al padre Rocco assassinato dalla mafia nel 1983, premiato come miglior Opera Prima alla terza edizione del Premio Pavoncella, gli aspetti più importanti ed umani della sua condizione di figlia e di magistrato impegnato nella lotta alla mafia senza dimenticare il suo attuale ruolo politico.

A distanza di trent’anni dall’omicidio decide di scrivere un libro, “È così lieve il tuo bacio sulla fronte”, che parla del tragico delitto e lo fa anche attraverso immagini e fotografie di famiglia riuscendo a raccontare il dramma pubblico e privato. Come mai questa scelta di scrivere a così tanti anni di distanza?

“Scrivere di mio padre e riversare tutte le emozioni, i sentimenti, il dolore in un libro non è stato facile. Nasce dopo trent’anni dalla morte, perché so bene che sarebbe stato emotivamente difficile raccontare tutto quello che mia madre, i miei fratelli ed io abbiamo provato. Racconto Rocco Chinnici uomo, padre e magistrato. La sua presenza nella mia vita come in quella dei miei fratelli è stata fondamentale. L’impegno crescente, il rischio ogni giorno più grande non gli ha impedito di essere presente nella vita dei figli”.

Rocco Chinnici incarna la giustizia e i valori repubblicani. Era un uomo giusto e corretto che non amava molto parlare di sé. Possiamo avere un ricordo che la figlia Caterina ha del papà Rocco?

“Mio padre era una presenza costante non invadente ma lieve, appunto, come quel bacio sulla fronte. Questa sua presenza è stata per noi figli una sicurezza, non solo per i valori che ci ha trasmesso, ma una certezza di vita. Sapevamo che per noi c’era sempre e potevamo contare su di lui”.

Nel libro “L’Illegalità protetta” la prefazione di Paolo Borsellino recita: “Rocco Chinnici riusciva ad essere quasi paterno anche con i suoi giudici”. Qual è il ricordo di suo padre giudice?

“Rocco Chinnici, anche per i magistrati dell’Ufficio Istruzione come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, era presente con spirito paterno. Era accanto a loro, li sosteneva nei momenti di difficoltà e gli lasciava lo spazio per andare avanti anche da soli. Era profondamente padre e allo stesso tempo paternamente magistrato”.

Recentemente è stato presentato, anche a Catania, un altro libro dedicato a suo padre, “Così non si può vivere” Rocco Chinnici: la storia mai raccontata del giudice che sfidò gli intoccabili, dei giornalisti e coniugi Fabio De Pasquale ed Eleonora Iannelli. Le ricerche affrontate durante la stesura del volume hanno portato alla luce i tanti punti interrogativi arrivando addirittura alla riapertura del caso. L’inchiesta è stata affidata al procuratore aggiunto Vittorio Teresi. Cosa si aspetta come figlia, donna e siciliana da tutto ciò?

“Il lavoro di ricerca svolto da Fabio De Pasquale ed Eleonora Iannelli ha fatto riemergere quel fascicolo che si era in qualche modo perso da cui nasce la nuova iscrizione e la conseguente indagine. Come figlia nulla mi potrà restituire la mancanza di mio padre. Spero che si possa fare maggiore chiarezza. Da magistrato so che non è facile arrivare a produrre degli elementi che possano essere valutati in termini di concretezza da trasformare in verità processuali. Mi auguro che si possa fare chiarezza, anche se con enorme ritardo,  su tutti gli aspetti che sono legati alla morte di mio padre”.

In una vecchia intervista, prima che scrivesse il libro dichiara: “ho perdonato”. Ma si può veramente perdonare?

“Quando ho scritto il libro mi sono trovata a ripercorrere quelli che erano stati i sentimenti, il dolore, la sofferenza dall’83 in poi. Mi sono resa conto che quel perdono non è una dichiarazione che si sottoscrive e si conserva in un cassetto. Il perdono richiede una riconferma quotidiana. Nel libro lo definisco come una promessa. È una scelta impegnativa da rinnovare ogni giorno. Ripercorrendo questi trent’anni mi sono resa conto delle tante difficoltà provate e subite non solo sulla mia pelle”.

Ci può fare un esempio?

“Quando i miei figli erano piccoli si aggrappavano al nonno della bimba vicina di casa. Lo chiamavano nonno e gli stavano dietro tutto il giorno. La sera leggevo nei loro occhi l’assenza di quell’importante figura strappata prepotentemente, fino poi ad arrivare all’adolescenza in cui si chiedevano le motivazioni di tale gesto. Tutti e due i miei figli hanno seguito la mia stessa strada, forse, per ritrovare quel nonno che gli è mancato tanto”.

Nel suo lavoro di giudice, spesso, si è ritrovata a dover vivere in prima persona ed ascoltare anche collaboratori di giustizia. Come si fa a non essere coinvolti emotivamente ed essere freddi ed imparziali in situazioni simili?

“Mi sono trovata, spesso, coinvolta in processi importanti come la morte del giudice Rosario Livatino. Per avere la giusta neutralità e il distacco indispensabili nel mio lavoro è fondamentale cancellare ogni tipo di sentimento personale di odio o di rabbia”.

È doveroso chiederle cosa si prova dopo essere stata eletta alle scorse elezioni europee a furor di popolo soprattutto in un momento così difficile per gli italiani sempre più sfiduciati nella politica e in chi ci governa.

“È una grande responsabilità, senza dubbio, una testimonianza di fiducia ed un importante riconoscimento. A Bruxelles porterò il sostegno di quei siciliani che mi hanno creduto. Continuerò con lo stesso impegno e la stessa lealtà che ha contraddistinto il mio lavoro anche al parlamento europeo sperando che possano nascere risultati positivi”.

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