Catania: “Gomorra feroce” per Pasolini


Il giornalista, l’avvocato, la criminologa: in tre a far luce sul delitto Pasolini.

Valter Rizzo, Stefano Maccioni e Simona Ruffini, hanno il merito di aver fatto riaprire l’inchiesta sul delitto di Pier Paolo Pasolini. Il libro a sei mani, pubblicato da Editori Riuniti, si intitola Nessuna pietà Per Pasolini.  È non solo il resoconto di una serie di omissioni, sviste, occultamenti messi in atto già all’indomani del delitto  (Pasolini viene ucciso all’idroscalo di Ostia la notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975) ma anche un affresco magistrale di una Catania crocevia di misteri. Per quel delitto l’unico a scontare il carcere è stato Pino Pelosi, autoaccusatosi subito dell’omicidio salvo poi ritrattare tutto anni dopo e fornire versioni scarsamente credibili.  

Il libro è stato presentato alla Feltrinelli di Catania nel corso di un incontro moderato dal giornalista Nicola Savoca: ne hanno discusso Claudio Fava, giornalista e deputato europeo, e due degli autori, Stefano Maccioni e Valter Rizzo. A quest’ultimo Sicilia&Donna ha posto alcune domande.

Pelosi perché ha mentito? Per paura? E continua ad essere vago perché sa che qualcuno ancora in vita potrebbe fargliela pagare ?

“Abbiamo scritto che spesso si mente per due motivi: per paura o per denaro. Probabilmente Pelosi ha mentito per entrambi i motivi. Non vi sono dubbi che Pelosi conosce cose che potrebbero finalmente chiarire  moltissimi punti oscuri sull’assassinio di Pasolini. Questa considerazione persino banale, viene rafforzata da quello che lo stesso Pelosi ha detto durante la presentazione del nostro libro il 19 dicembre scorso a Roma. Pelosi che ha fatto irruzione nella libreria alla fine di un serrato confronto con Veltroni e con me ha ammesso di avere ancora paura e alla precisa domanda se ancora è minacciato e se dunque qualcuno degli organizzatori dell’omicidio siano ancora in vita e liberi di agire, ha risposto dopo una pausa di imbarazzato silenzio con un “NI”. Pelosi ha mentito a lungo su questa storia, ma ha fatto di peggio: ha mescolato, seguendo – pur non avendone le competenze – una precisa tecnica di disinformazione: mescolare verità, mezze verità e assolute menzogne. Sono convinto che Pelosi non abbia ammazzato Pasolini, ma sono altrettanto convinto che in questi trentasei anni questo figuro sia stato il migliore complice degli assassini e dei mandanti”.

 

Ora che Pelosi è ormai un testimone ‘guasto’, chi può dare un contributo decisivo, definitivo, per la soluzione del mistero del delitto Pasolini ?

“Ci sono altri testimoni, alcuni dei quali  sono stati individuati dalle indagini difensive compiute da Stefano Maccioni, altri sono emersi durante l’inchiesta giornalistica che ha portato, prima ai servizi per Chi l’ha Visto? e poi alla stesura del libro. Vi è il racconto di alcuni abitanti dell’Idroscalo, raccolto e pubblicato da Il Messaggero e vi è anche la misteriosa fine di uno di questi testimoni, morto in circostanze poco chiare mentre si trovava, guarda caso, in auto proprio con Pino Pelosi, circa cinquanta giorni dopo la pubblicazione dell’articolo. Vi sono di sicuro altre persone che sanno e che in questi anni hanno avuto timore di dire ciò di cui erano a conoscenza. La speranza e l’invito che va loro rivolto è che raccontino quello che sanno. Il libro vuole essere anche uno stimolo da questo punto di vista”.

Come è possibile che in tutti questi anni, nessun testimone a sorpresa, nessun pentito, abbia offerto prove risolutive sul delitto?

“Non è esattamente così. Vi sono state varie testimonianze, varie piste investigative. Il punto è che non sono mai state approfondite. Sciatteria o altro? Io credo che su Pasolini, come su altri grandi buchi neri della storia della Repubblica vi sia  stata, e in larga misura vi sia ancora, una pervicace volontà a non andare a cercare la verità. Una volontà che ha fatto ignorare agli investigatori persino evidenze lampanti. Noi non abbiamo trovato prove segrete; in larga misura abbiamo messo in fila i fatti, le prove, i verbali, abbiamo cercato i testimoni. La domanda è: perché non lo hanno fatto altri, che avevano il dovere istituzionale di farlo, in questi trentasei anni. Non credo che tutti coloro che hanno seguito questo caso fossero stupidi. Allora se non sono degli stupidi vuol dire che  la verità non doveva esser cercata. Riguardo ai pentiti, non è solo il caso Pasolini a non averne. Penso, solo per fare un esempio, alla vicenda della strage di Acca Larentia. Attribuita ad una parte della colonna romana delle Br in dissenso con il vertice dell’organizzazione. Ebbene i pentiti hanno parlato di tutto, di fatti ben più gravi e sanguinosi, ma non di quell’operazione delle BR. Come se vi fosse un preciso ordine a farvi calare sopra il muro dell’oblio.

Sarebbe interessante chiedersi perché questo avviene quando ci troviamo di fronte a storie che hanno palesemente delle regie esterne alle “agenzie criminali” che hanno agito”.

Che rapporto aveva Pasolini con la città di Catania ?

“Da quello che risulta dalle testimonianze che abbiamo raccolto, era un rapporto assai intenso. Pasolini aveva persino preso una casa in affitto in via Firenze, alle spalle del Tribunale, non lontano dall’Hotel Excelsior dove prima era solito scendere quando veniva a Catania. In provincia aveva girato le scene di alcuni suoi film, a Catania aveva subito un ridicolo processo, che gli era stato intentato da tale Giovanni Longo – un pastore semianalfabeta di Nicolosi –  per la morte di una ventina di pecore. Evidentemente nella Catania del sacco edilizio e mafioso, i magistrati non avevano meglio da fare. Sempre a Catania, segnatamente a Zafferana, aveva subito una picaresca aggressione con lancio di finocchi da parte di un gruppo di provocatori del Fuan e forse fu questo l’episodio che attivò la sua curiosità sulla destra catanese. Ma non sulla destra piccolo borghese dei figli di papà, bensì sui sottoproletari che costituivano le bande di picchiatori professionisti che facevano capo al Msi. Erano loro i ragazzi, a metà tra picchiatori e marchettari, che frequentava nelle sue notti catanesi. Ragazzi che non lo amavano perché lui rappresentava il loro opposto. 

Catania lo aveva affascinato con le sue contraddizioni, con la sua anima brancatiana, persino con l’assoluta bruttezza di certi suoi quartieri, ma poi lo aveva anche spaventato. Vi aveva colto, assolutamente prima di tutti, i germi della sua violenza, della sua feroce spregiudicatezza, il suo tramutarsi rapidamente in una palude mefitica, abitata da una fauna feroce e pericolosa. Aveva intuito quello che avremmo vissuto e che per molti versi viviamo. Con una lucidità, come sempre ai limiti della profezia, aveva definito questa città una “Gomorra feroce”.

Quanto è attendibile la pista catanese? Possono un epiteto volgare – come la parola jarruso sentita pronunciare da Pelosi da uno degli aggressori – e la targa CT di una delle auto che si trovavano all’idroscalo, rappresentare una prova inoppugnabile?

“Non la rappresentano infatti. Semmai sono conferme. Sono elementi che vanno inseriti insieme ad altri elementi. Pasolini si stava occupando della fine di Mattei. Aveva, anche qui con largo anticipo, intuito la presenza di un potere oscuro e parallelo che guidava gli eventi della storia repubblicana: quella che anni dopo impareremo a conosce come P2. Ne aveva un’intuizione, non le prove. Ovviamente ad un intellettuale come Pasolini non servivano.

A Catania si congiungono tanti fili. Vi sono gli strani viaggi che compivano i picchiatori neri, gli stessi che frequentava Pasolini, tra Roma e Catania. Cosa andavano a fare? Chi pagava i loro spostamenti e perché?

Il filo più importante è quello che porta alla fine di Enrico Mattei. Non è certo un caso che il Procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia abbai riaperto le indagini sulla scomparsa di Mauro De Mauro, legandola alla fine di Mattei e di Pasolini.

Pasolini stava lavorando su questo tema, che rappresentava un punto centrale del suo romanzo Petrolio. È assolutamente plausibile che facesse domande o che comunque fosse curioso su quello che poteva essere accaduto quel giorno sulla pista dell’aeroporto catanese di Fontanarossa. Se era convinto che Mattei era morto a causa di un sabotaggio, ebbene quel sabotaggio poteva esser avvenuto solo a Catania. E a Catania Pasolini ci veniva spesso e di sicuro non solo per evadere all’assedio, sovente per lui intollerabile, della sua cerchia romana, o per la curiosità che aveva per i giovani sottoproletari neri. Non lo sappiamo, ma è assai probabile che anche a Catania Pasolini abbia fatto domande sui temi che in quel periodo lo interessavano.

Scrivete: Pasolini è stato ucciso per quello che cercava, non per quello che scriveva. Cosa stava cercando Pasolini?

“Cercava quello che cerca ogni intellettuale che ha un forte impegno civile. Cercava la verità. Faceva il suo lavoro di intellettuale, ovvero rappresentare la coscienza e l’intelligenza di un Paese, di una Comunità. Un popolo senza coscienza, è un popolo di schiavi. Cercava di evitare che lo fossimo e quasi certamente in questo vi è la ragione profonda, primaria del suo massacro e del tentativo ancora in atto di metterci una comodissima pietra sopra. La verità e che quest’uomo mite, gentile, contraddittorio, inaffidabile, ma assolutamente limpido e puro fa ancora paura perché ci mostra ancora, a trentasei anni dalla sua fine, che non è obbligatorio cantare nel coro. Che si può essere eretici”.

 

 

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