L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto”, così scriveva Johann Wolfgang Von Goethe quando, sul finire del Settecento, alle pendici dell’Etna scoprì il senso del suo Grand Tour, ma non fu l’unico ad essere irretito dal fascino isolano, Friedrich Maximilian Hessemer, nelle sue “Lettere dalla Sicilia” all’inizio dell’Ottocento, definiva l’isola come “il puntino sulla i dell’Italia […] il resto d’Italia mi par soltanto un gambo posto a sorreggere un simil fiore”.

E viaggiarono, viaggiarono in molti, americani, olandesi, tedeschi, tutti verso l’Italia e la Grecia, alla scoperta del bello, dell’arte e della cultura. Un turismo di nicchia che ritorna senza soluzione di continuità; un legame atavico, un desiderio di scoperta, o la semplice curiosità che supera i pregiudizi inoperosi del “mandolino, pizza, spaghetti”, per approdare in una terra ancora oggi odorosa di storia.

Ecco come un progetto d’arte “Due North” “Verso Nord” si è trasformato in “Due South” “Verso Sud” catapultando dall’Islanda alla Sicilia tre artiste americane: Serena Perrone, incisore, pittrice e disegnatrice, Marianne Bernstein curatrice e fotografa, Cindi Ettinger incisore, in un continuum afflato che inneggia all’arte siciliana incastonata nella bellezza del suo paesaggio.

 

L’intervista di Sicilia&Donna

sicilia

Serena, Marianne, Cindi

Serena, Marianne e Cindi, tre donne americane alla ricerca della Sicilia in nome dell’arte, cosa avete in mente e perché proprio la Sicilia?

«Tutto è nato quando due anni fa siamo andate in Islanda per “Due North”, progetto ideato da  Marianne Bernstein, che prevedeva un lavoro sincrono di tredici artisti islandesi e tredici americani e la realizzazione  di una mostra conclusiva a Philadelphia. Mentre ero là, ammirando la natura islandese, forse perché le mie origini sono siciliane, la mia famiglia è di Tusa, splendido paesino del messinese, vedevo la Sicilia ovunque, così le cose straniere mi sono diventate familiari ed anche per questo è nato “Due South” “Verso Sud”, al quale stiamo lavorando ora in Sicilia.»

Dunque siete alla ricerca di artisti siciliani coi quali collaborare per il nuovo progetto?

«Sì, è proprio così.»

E tramite quali canali avviene la vostra ricerca?

«Usiamo internet, il passa parola tra amici siciliani o italiani legati alla Sicilia, visitiamo gallerie e mostre.»

Qual è l’obiettivo di “Due South”?

sicilia serena perrone

Serena Perrone

«Si concentrerà sulla Sicilia vista attraverso gli occhi di artisti americani e italiani che viaggiano attraverso il paesaggio; gli elaborati artistici saranno in mostra a Philadelphia, a maggio del prossimo anno.»

E in Sicilia?

«Immaginiamo di portare la mostra anche qui, sperando che qualcuno si mostri disponibile.»

Serena, aldilà di “Due South” mi sembra che tu abbia un progetto tutto tuo che vede la creazione di una casa degli artisti proprio a Tusa, è così?

«Sì, è così, ho immaginato che gli artisti americani coinvolti in “Due South” possano volersi fermare in Sicilia e magari questo potrebbe essere il posto giusto per farlo. E’ un progetto che sto realizzando con l’aiuto di Alfonsina Bellomo, un sogno che ho nel cassetto da tanti anni perché ogni volta che vado a Tusa vorrei rimanervi per un lungo periodo, mi è sempre piaciuto poter avere uno studio, o meglio, un laboratorio dove creare, io in Sicilia ho l’ispirazione. Questo sarebbe anche un modo per poter dar vita a tanti altri progetti dopo “Due South”, ogni anno il laboratorio potrebbe richiamare in Sicilia artisti da tutto il mondo.»

sicilia serena perrone

Serena Perrone

“Officina stamperia del notaio”, qual è il significato del nome?

«Si chiama così per due motivi, da un lato perché in origine era una residenza notarile ed ho voluto preservare la tradizione, dall’altro perché oltre che laboratorio artistico sarà una stamperia. Non mancheranno location per mostre, convegni e incontri culturali, ci piacerebbe coinvolgere anche scrittori che possano lavorare in sinergia con gli artisti. Parte della casa è già pronta. Io ho molto a cuore Tusa, e vedendo la gente invecchiare, il paese svuotarsi, vorrei agire anche in tal senso; vorrei riempire le strade e le case vuote che stanno crollando. Per fortuna non sono la sola a voler bene al paese, ho visto che a Tusa negli ultimi anni c’è un grande interesse culturale.»

Serena, in America la professione dell’artista quale posto occupa  nella società?

«E’ una domanda difficile, in effetti, potrei dire che occupa un posto marginale, certo non è come qui, mi rendo conto, ma è comunque molto difficile, perché vivere “da artista” è faticoso e non si guadagna granché. In America forse la figura dell’artista non è vista in maniera negativa, ma dipende dalle persone con cui parli perché c’è sempre qualcuno che non considera questa professione come un lavoro vero e proprio, ma come un divertimento, una perdita di tempo.»

 Allora tutto il mondo è paese?

«Penso proprio di sì!»

E cosa pensano gli americani della Sicilia, è il solito ritornello, mandolino, pizza e spaghetti?

«Beh, questo è uno stereotipo legato anche al film Il Padrino, uno stereotipo che esiste, ma molti vedono la Sicilia come una terra di cultura, una terra che sta uscendo dal tunnel e si dirige verso la luce

E volendo definire la Sicilia con tre aggettivi, quali scegliereste?

Serena: «Vivace»

Cindi: «Bellissima»

Marianne: «Sublime»