Edipo re, una tragedia greca senza tempo


Edipo re debutta al teatro greco di Siracusa. Un incipit d’eccezione quello della stagione Inda 2013 che ha visto il palcoscenico del teatro aretuseo ospitare Edipo re  l’11 maggio scorso e che lo vedrà ancora alternarsi con l’Antigone, altra nota tragedia sofoclea, e con la commedia di Aristofane Le donne in parlamento.

Edipo re, diretto da Daniele Salvo regista ormai di casa al Teatro Greco per aver diretto altre tragedie sofoclee nel 2009 e nel 2010, contempla un cast d’eccezione che vede come protagonista nel ruolo di Edipo Daniele Pecci e accanto a lui, tra gli altri, Ugo Pagliai (Tiresia), Laura Marinoni (Giocasta), Mauro Avogadro e Maurizio Donadoni che vestirà i panni di Creonte anche nell’Antigone.

Un racconto che non ha tempo quello di una delle tragedie greche più note, una tematica, ahimè, che rischia di diventare così attuale da non lasciar spazio agli orizzonti d’attesa. Un contenuto variamente interpretabile che ha spinto il regista Salvo a immaginare la scenografia in una maniera quasi pittorica, vicina ai quadri di Salvador Dalì o di Holbein dove, dietro una stessa cornice, entro una stessa immagine, è possibile vederne più d’una anche diversa dall’altra.

L’essenzialità scenografica culminante nella testa mozzata della Sfinge, dai cui occhi sgorga sangue alla notizia dell’accecamento di Edipo, continua a creare ambiguità in questo gioco di trasposizioni d’immagini e di personaggi, di pensieri e di vissuti e lascia allo spettatore la possibilità di rievocare a suo piacimento le scene pregresse e quelle future.

Tinte fosche e cupe ricorrono nel grigiore delle strutture e degli abiti di scena. Urla intonate in maniera ossimorica in canti melodici di angoscia e disperazione, accompagnano le danze delle figure femminili invasate dal dio e le paure inconsce ed oniriche espresse in greco antico dallo spettro della Sfinge.

Uno spettacolo d’eccezione in un contesto altrettanto eccelso, una location magica che continua a fare sognare trasmettendo emozioni, basta chiudere gli occhi un istante al tramonto, ascoltare la coralità nell’aria e lasciarsi andare per un viaggio nel tempo.

La trama di Edipo re

Laio e Giocasta, regnanti in Tebe, misero alla luce Edipo cui fu profetizzato che avrebbe ucciso il padre e si sarebbe unito in nozze con la madre. Per evitarlo decisero di uccidere il figlio dandolo ad un pastore affinché se ne sbarazzasse, ma questi -mosso a compassione- lo donò ad un altro pastore che lo recò in terre lontane. Anni dopo un nemico di Edipo, volendolo offendere, gli disse che lui era un trovatello. Turbato, Edipo volle interrogare l’oracolo di Delfi per sapere chi erano davvero i suoi genitori, ma  quando la Pizia gli predisse che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, atterrito, decise di andar via dalla sua città e non farvi più ritorno. Durante il cammino verso la Focide, si imbatté in un cocchio guidato da Re Laio (suo padre naturale) e diretto al santuario delfico per tentare di chiedere alla Pizia la liberazione di Tebe dalle calamità che la tormentavano. In tale sede si avverò la prima profezia dell’oracolo poiché Edipo uccise Laio senza sapere chi fosse. Alla notizia della morte di Laio, i tebani elessero re Creonte, fratello di Giocasta. Raggiunta Tebe, Edipo incontrò la Sfinge e la sconfisse. Creonte, soddisfatto dell’impresa del giovane eroe, gli cedette il trono e gli diede in moglie la sorella Giocasta. La profezia si era avverata fino in fondo. Dopo un lungo felice periodo di regno, una peste si abbatté sulla città di Tebe, e non si sarebbe arrestata se non dopo la vendetta della morte di Laio. Edipo chiamò l’indovino Tiresia per conoscere quella verità che lo avrebbe distrutto per sempre. In preda alla follia, si trafisse gli occhi con la fibbia della cinta di Giocasta, sua madre e moglie, che già si era tolta la vita per il dolore e la vergogna. Cieco e maledetto, dopo aver affidato i figli e il regno al cognato Creonte, si avvia verso Colono, alle porte di Atene, in un cammino di espiazione.

Due mondi così distanti nel tempo eppure così vicini nelle dinamiche di vita, una tragedia dell’inconscio, legami di sangue al limite dello sconcerto, incesti più o meno consapevoli dall’interpretazione difficile e sconveniente. L’omertà dei tebani impauriti ma vogliosi di quella verità che allontani la peste, che li purifichi e li liberi dal dolore, dalla morte e dalla vergogna. Una tragedia che mette in scena la fragilità dell’esperienza umana, l’ineluttabilità del destino indipendentemente dalla volontà umana. Ecco l’eroe di ieri e di oggi, che può passare, in breve tempo, dall’akmè alla distruzione. Un eroe dalla positiva intelligenza, per alcuni, ma dalla negativa hybris, per altri.  Un atteggiamento che sfocia nella tracotanza e che per questo viene punito con l’inimmaginabile, l’inaccettabile verità che conduce alla follia, alla voglia di cecità e sordità per non vedere e non sentire il proprio io così indegno da non essere accettato neanche da se stesso.

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